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Parte PrimaÂ
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Prima Suite
o la Passione di Cristo
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Verrà il tritolo di una fresca stagione
ad esplodere le viscere della terra
a svenare le arterie – e rigagnoli
corrano il fondo dei leggi,
verranno caste acque a specchiarsi agli arcobaleni invecchiati
e fra racemi di ligustri un sole a tre lance
ti sosterrà umile contro un proscenio di canee.
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Prima che bulbi dagli occhi bianchi
senza pupilla, e non anima,
ti squadrino duri con zigomi fermi di statua
o che corolle di nuovi giorni affondino
nel plumbeo di un cielo a sesto acuto,
scendi sotto l’onere flagellante del pegno,
e sputi e insulti,
tra folle in pianto e capelli ravviati
e sopracciglia canute con indifferenti mani pulite,
arranca lungo la gobba di cammello – questa arata
su gocce di vita ormai non integre
                      colate su glauche piastre.
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Gli scalini dove metterai piede
e cadrai e benedirai e redimerai
non redimibile da stridori di denti e tenebra
nelle atmosfere infuocate
             porgeranno tirsi a sostegno
e i crateri saranno amari come il sangue disintegrato
             dal male irriscattabile.
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            Ancora gocce ancora rossi colori
leniranno il giogo della noia
            quando la sera gattiglia alla notte,
e la promozione al cappio condotto con sudore inaiutato
effluvi di lutto fornisce alla seviziata stupenda disperazione.
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           Ti aspetteranno storto il collo
                                   oltre vicini orizzonti
           per tre notti e tre giorni invalicati dalla luce.
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                                                        (Prologo) .Â
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Vedi Signore,
da quanto non ascolto sulle rampe le ginestre
visitate da vanesse pioniere.
                  E’ dentro queste albere,
che leggere stormono appollaiate da millenni,
che odo fluire le vele spigliate
        ora che baritoni accucciati e dei smagati
        occhieggiano afflitti nei parlati intriganti.
                  Lo stupro dei veli
e quel vento, quello, e il sole, sfilacciano crudeli
le ultime nuvole testa di moro.
Dormono ora, tacciono come le abardeole leggere,
emopidi insaziabili, gamasi sotto sforzo schiattanti.
Avevano gli occhi vispi quella mattina seguente
che vennero inconsapevoli, e al traino mutarono strada
come uccelli sulla corona di primavere postume.
Vennero alle strade dei lutti con le setole allisciate
ora puntano acuminati i ramponi allo slittare dei frini.
Cantarono alle danze di ninnoli istrioni
con gli occhi a raggiera di donne neurolabili,
paonazzi stettero in apnea mozzafiato
quando suggere le ipotenuse ebbe furori sconosciuti.
Cavarono polle da prismi variopinti
                  coppe recisero le lame affilate
cicisbei e canaglie privilegiarono digiuni a pugni e pugni.
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                                              (Cristo al Getsemani)
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Il giorno genuflesso alla reverenda luce
rammenda acque perplesse, e i bricconi
nel buon giorno visto di prima mattina
spavaldi cantano per monti e per valli
astuti e bizzosi tale e quale monelli rivali
e un ventaglio nella spessa calura
alita sopra la rena calda e le carovane di sciocchi
al tramonto che ferisce l’alba col magico diadema sul turbante.
Un uomo scalzo lasciava terra dietro terra
senza cuscino per la testa
a differenza di lupi e volpi
costola di assoluto in mezzo a tarantelle
di complici; e uccideva, uccideva, e intanto
perivano le albe col magico diadema sul turbante.
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Orientale aurora,
sia questo l’epitaffio di capanei a drappello
che narrano l’aneddoto di uomini viaggianti alla rinfusa.
Col fiato sospeso al sole spilorcio
contano i raggi, nella traccia che la serpe lasciò
incontrarono l’uomo scalzo che piantò baracca e burattini
e nell’erba riarsa si stesero a pensare le notti di plenilunio.
Guarda i cani astuti, i turaccioli sulle montagne,
i pionieri, servi e cani, guardali di buon’ora
perché dìano fondo alla sofferenza dell’uomo caparbio
– perché gli scalpelli siano intinti nel sangue –
e alla notte strappino una luce –
perché spaccato da nord a sud, vestito di stracci di lana
nella fredda notte senza sole né lance
aspetti il giorno genuflesso alla reverenda luce.
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                                         (Il seguito di Gesù)
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Figgi l’occhio nella mente che ordì l’inganno,
il vento mantice scompiglia le carte di avventori screanzati
per un uomo che non dipanò l’enigma
                  e perse rinomati colleghi,
salme di salme scaglionate tappa dopo tappa,
e narrava la lettera e confessava le ferite.
Intingevano nello sciroppo per un brindisi di cicuta,
per diritto e rovescio c’era un nomade messaggero di follia.
Appoggiarono a dondolo la barba sul tuo cuore
in cerchio, a filiera, e avevano sotto un braccio
collezioni di coccarde e gagliardetti.
Figgi l’occhio nella mente che ordì l’inganno.
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Figgi l’occhio nella mente che ordì l’inganno;
passa quest’ora al chiaro della luce
mentre ad onor del falso la lira canta motti e strambotti
e i tuoi trenta e tre attimi cariati dal tempo
sono la gioia-demenza che scaglia lontano la zavorra.
Nel sibilo del vento la notte si prepara
a tradire i suoi strumenti di corda –
non nasconde più i cannibali, cimeli del passato,
chi nascose la borsa vestì di livore e tagliò la corda.
Lupocattivo fra pecore e agnelli abbranca lo scettro
e formula condanne: fu richiesta una testa su piatto d’argento
e a viso scoperto sarai svelato dal bacio demente;
        figgi l’occhio nella mente che ordì l’inganno.
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Figgi l’occhio nella mente che ordì l’inganno
perché comparse danzeranno stasera al tribunale dei morti
e in un torneo di zerbinotti si contenderanno le tue vesti,
                  biscazzieri ignoranti di biblici comandi,
correi all’insaputa della tua e della loro sorte.
Il contesto doloroso svenerà il tuo cranio.
Dopo i dadi la sentenza e il cerchio sulle spalle
gli indovini correranno le strade implorando per sé il silenzio.
Gioco da ragazzi fustigazione dadi e sentenze
ma tu figgi l’occhio nella mente che ordì l’inganno per l’ultima volta
perché domani saresti ancora in tempo
ma stasera perdi la reputazione sugli urli di madri disperate
e alla tua sacra tavola imbandita mangia il traditore:
ora, sì, figgi l’occhio nella sua mente che ordì l’inganno.
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(Prima Giuda, poi Giovanni, poi Pilato parlano a Gesù)
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Benché transiterai nei giorni del dolore,
                  benedetto figliolo, professione zimbello,
            deponi questa cetra ai piedi della sposa impalmata.
Forse più che quell’alba loquace e scarmigliata
                percorrerete un mattino guano per odore e colore,
ombre assassine le sordide ombre che disertano il campo
e correvano losche fra monumenti e altari
                           scandendo i movimenti in battere e levare.
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Benedetto allievo, figliolo prediletto, professione zimbello,
                innesca tu la mina della mia battaglia,
           perché siano i soli a finire fra i denti aguzzi,
              perché alla notte strappino una luce,
                 perchè splenda su di essi il sogno.
          Avrete forse il colore e il sapore della sera:
             maledette quelle albe che non sorsero
                dalle notti in cui la luna è vangelo.
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Poiane caleranno rapide su di voi giacché partirete presto,
                         ma tu deponi questa cetra
                              ai piedi della sposa
                                     impalmata.
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        Prima che il freddo polare bruci le vostre ferite
  (e una pioggia infuocata zampilli sui giardini ammalianti)
prima che un uomo sostenga il laccio alla circonferenza del capo
   e ripeta incessanti litanie l’alba di cieli nuovi e terre amiche,
           questo imponderabile marchio ha i suoi tipi,
               e c’è un luogo dove siedono aurore
                  e un luogo dove rinasce la vita.
        Avrete forse il colore e il sapore della sera:
             maledette quelle albe che non sorsero
                dalle notti in cui la luna è vangelo.
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(Dalla croce Cristo affida sua madre a Giovanni)
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Passi che battono sul maglio della notte mentecatta
                           non dissuadono il gran cervo, e discettano
                                                           su queste spine di robinie.
Orme impudiche salmodiano alla notte coriacea
      picchetti di menestrelli e guglie di alberi
                                      adescano nuvole bigotte,
zufoli bighelloni e testarde cesure scandiscono il tempo.
Un pretorio di merli non si fermerà sui fiocchi di verde
né il profluvio di orizzonti tallonerà la luna pacioccona;
ora le stelle maldicenti sussurrano cenni di calunnia
sul recinto intestino, perché le spose interdette crepino
                                                            le rocce argentee
primule avvizzite hanno stanato lo sgambetto
                          per messacantata e levrieri di vetro.
Vedi, una criniera riversa fa ala a fate e fringuelli,
per correre il cielo di gesso
un fiume croceo viene arato dal dolce piffero
                                                   che trapana la notte.
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Sciogli l’inno al cuore della notte,
                       serpeggia dentro l’ora penosa
che viene a narrare nell’albereto le vicende del docile canòpo;
non ardere nell’occhio incallito del didatta purosangue,
dividi la giornata all’avvento dell’odore finto
                                                            per segugi astuti.
Brindano le sode vedove e spifferano i patti
per ridestare l’aureola di questa notte martire
ai brani di sogni che elencano le nenie più plebee.
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Ma il nettare mèscito nel bavaglio dell’oste mascalzone
incrina il timbro di sonagliere ciarlatane,
e il roditore indaffarato immerge il suo vomere dorato
nel dolce miele di sposa.
                        Vennero con le piante ciarliere delle scarpe
i portabandiera zoticoni, seguendo una striscia all’orizzonte,
cantando amabili inni a sancire verdetti lussuriosi;
manichini impenitenti hanno cavalcato tutto il giorno.
Nelle notte coriacea si apre flessuosa una fetta di cielo.
Bagna il tuo artiglio nel nettare tremendo
                                        poiché nell’alba che segue
torneranno limpide le stagioni dell’eternità .
Ma ora sia giusta l’ora che viene
dove brindano le sode vedove e spifferano i patti
per ridestare l’aureola di questa notte martire
ai brani di sogni che elencano le nenie più plebee.
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(Il terrore di Giuda nel ricordo, prima del suicidio)
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                             Ascolta uomo,
osa pensare chi mi estrasse dalla lotteria all’alba dei secoli
il facilone che narrò me deputato a indecente insidia
e offrì sotto il cielo-lavagna una didascalia, geroglifico d’amore.
Centellino giorni da cani in questa baia di luce
agguanto al volo la tregenda imminente mentre goccia e ti rifila
questa pupilla buontempona il sangue di un tedio veniale.
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                         Sempre e poi sempre
dalla baia di luce saranno sicura vivanda gli oleandri,
chi mi trasse dal fondo dell’oscura lotteria decise la condanna,
       alzò in aria i libelli dal sonno a maieutica
    spingendo ponente e libeccio, marpioni indefessi,
        nell’ottica giusta della rissa e lo sconquasso.
Mortificherò la danza furibonda, fate e streghe, libertini
                                                                             e penitenti,
inviterò mostri per celia ad immergere l’osso nel mastice secreto;
miei procuratori saranno i folletti del bosco e i pesci del mare.
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             Sviolineranno i violini e le arpe osanneranno,
spargerò il contagio sulle pareti dei monti e incenserò la corda;
            viene quel tempo nel piano agreste in cui la luna
      candisce la punta degli alberi e professa al mondo dei vivi
         che l’albero del pioppo è la mia noiosa e fetida ferita.
               Centellino giorni da cani in questa baia di luce,
  ascolta, uomo, chi mi estrasse dalla lotteria all’alba dei secoli
  offrì sotto il cielo lavagna una didascalia, geroglifico d’amore.
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(Giuda si affida all’uomo del futuro denunciando di essere stato predestinato
al ruolo di uccisore di Cristo. La sua ironia per aver vinto un’orribile lotteria all’alba del secoli).
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Pola dirimente guariva mirti,
misericordi i denti aguzzi tranciavano
meccanismi ingloriosi.
Dislocai la pace negli internodi,
ne feci a più non posso, mirificando
il rosa ingenuo ingesto come
la coscia da sminuzzare
e la gomena l’assicurai salda
evitando – anzi – goezie assurde
l’innesto fino al gagno malvoluto
– e altro.
Il bianco sopra gli occhi
il bianco
nelle occhiaie profonde dirimpetto al ginocchio concavo
era un latte la colla e l’albugine incolpevole
e sotto il naso
(sotto il naso?)
il mento e la gola.
Ora urlerò alla molla che scatterà a trafiggere
per dipanare e confondere i muscoli della foglia
e le passere voleranno contente a beccare
– attentissimo, io, ai guizzi di cormorani in sapienti lotte –
e chi verrà a cianciare avrà legato per suggere
la mente lambiccata dei progenitori.
Ora volerò sui ganniti che la speranza
è divenuta verde-galbula (fu nell’uretra
che mi penetrarono il catetere che mi diede la vita)
e il galbeo al collo indossato avrà diamanti.
Io dianti non spargerò né benedizioni
sulla sorte (o mala)
io fra gli aldii nell’umile fetore
danzerò, lugubre frenulo, anonima striscia,
solo. Danzerò. Solo. Frenulo pendulo, finché
mi darà pace liberandomi albino una mano sinuosa.
Perché pietà venga.
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(Giuda è ora con il cappio al collo. Il pensiero si sbriciola,
le parole scivolano nel delirio).
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 EpilogoÂ
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Ma ora in quest’attimo sospeso, di tregua pace e morte,
questi cieli feriti disperdono le ultime piume
                dell’albatro che remigava basso sulla palude.
Ora scendiamo ai sentieri più leggeri
      odorando questo vento di morte, a passo a passo.
                    Corro verso mete vicine,
vertiginose come precipizi, ed ho le carni docili
di agnello ghermito dalle unghia rapaci.
Eppure questi cieli, e anche le piume trasportate dal vento,
eppure queste piazze e i selciati, questi acciottolati,
eppure queste agili mani e gli occhi, eppure i pianti insensati
                              e le parole, oggi ricorrono nei pensieri.
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Nell’alba di piombo l’albastrello remigava basso
                                                                   sulla palude.
E venne l’attimo che si spezzò, che rimase incerto
                                      tra la notte e il giorno,
venne alle sagaci parole che furono carezzate
dal vento, visione di visione, quell’attimo
venne e si spezzò nelle intricate faccende,
nelle ore oscure del bisogno e del dolore,
nelle ore alacri del pianto e della noia,
                 quell’attimo venne e si spezzò.
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Siano rese grazie dovute all’alba che viene col canto
                                                interminabile dei galli.
Il vento che raschia sotto le finestre è in compagnia
del sole, e scompigliano e mescolano chiarore ad acque miniate,
e sibila sul trave concavo alle orecchie dei pavoni
                                                e gli asini sonnolenti.
Siano rese le grazie dovute all’alba che viene
                                  sugli operai e donne di fatica
che non vollero dormire stanotte.
                                        Un soffio d’aria s’insinuò
e carpì una scintilla al fuoco e dilagarono ancora
                                                                     e sempre
e dilagarono ancora sulle anime dei condannati.
L’uragano è passato ed è passato per sempre, oggi
                                                    è passato l’uragano,
sulle onde del lago la notte ha recitato la prosa,
                    dal suo proscenio dorato si sporse una dama
e i fiori intrecciati a ghirlanda le fecero una buona accoglienza.
    Qui, per questa effigie, una novità di rancori
venne scolpita sul duro marmo e gli scalpelli intinti
     nel sangue cancellarono sapientemente le rughe.
Ora siano rese le dovute grazie all’alba e al giorno
                che viene col canto interminabile dei galli.
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 (E’ Pietro a parlare. Descrive la fuga sbandata per le vie della città ,
c’è poi il canto del gallo, il verificarsi puntuale della profezia del Maestro.
E poi che tutto è compiuto, la catarsi. L’inizio di una nuova era). Seconda ParteÂ
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Mobile Suite
o il Cantico di frate Sole
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Udite udite miei sudditi ronfanti nel canneto
i morelli al galoppo che scialano sul letto dell’oscuritÃ
raggianti, a fronte alta, per le strade di questa nobile terra
vessilliferi di simboli e canti di goliardica memoria
accompagnati dal sibilo di gufi dagli occhi allampanati
stimolati al processo dei corvi e all’eutanasia del mare.
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Udite udite miei sudditi ronfanti nel canneto;
l’ora gravida di spiriti vi tenta all’addio senza parole
e riduce in frammenti la voce turbata dall’esodo dei suoni.
La strada bianca di sole arsa e riarsa sotto la coltre del cielo
guarda i gabbiani stravaganti col tremore alle ginocchia
e recide la ruota sulla vescica straziata di alfaniche lucenti.
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Non potranno mai più ridire le storie dei passeri in concerto
i nostri avversari che tuonano scendendo sul piede di guerra;
sarà nostra la tregua che distingue pieghe e trame
al racconto dell’autunno impazzito che trotterella
nella quiete dei boschi coi flauti di pelle di serpente
contrario ad un sole tuttopepe finché la chiacchiera
del vento passi in rassegna i nostri capelli madidi
chiedendo alle nostre sante madri
di cedere alle intemperie dello spirito.
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Urla la sferza le contumelie del giorno;
nella vostra mente grovigli di pensieri saggiano i numeri,
spazio e tempo annichiliti da rapaci invertebrati
serbano nascosti i tradotti fringuelli.
Gongolerà la fiera in gara d’amore, per la dolcezza dei ganniti
si ripete oggi e domani – si ripeterà sempre, sempre,
l’arcangelo gaglioffo che divarica le ali a canti di menestrelli.
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Noi non sappiamo ciò che offrirà l’esca al tanghero in gabella
nell’acqua torpida che ingarbuglia il maestrale.
Sarà vera chiaroveggente l’ora che inorridisce e passa,
col foglio di una musica, simile a veloci furetti,
e china il maliardo garofano al tulipano impettito.
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Udite udite miei sudditi ronfanti nel canneto
la poesia della regione perduta nella impertinente litania
che vanga nell’arazzo dei prati il docile percorso;
il litigio di acque preziose allontana la prebenda dei campi,
diverbi e diverbi racconteranno nell’anno dell’amore
i giovani giunchi piegati alle canne, flessuosi e morbidi,
ubriachi sotto i salubri arcobaleni di visioni mai udite.
Quella voce primordiale, uditela, uditela, miei sudditi fedeli.
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                                                               (Prologo) .Â
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           Morti che vivi sotterrano lungo i fiumi
respirano coi polmoni del vento la parodia dei folletti
che presentarono un disegno di legge per abolire il mare
e disseccare i fiumi, sotterrare i vivi e disseppellire i morti.
        Loro ascoltano la preghiera nel codice delle serpi
ma il messale nella bottega di mastro Boscaiolo cancella
         esecuzioni e controlli e accoglie il verde,
         solenne vestiario dei monti e le colline.
Coglierò il raggio del sole rifratto nell’occhio dei cigni
                               sugli stagni,
nell’acqua diafana soffierò col vento dei miei bronchi.
Busserò alla corteccia degli alberi e pagherò il salario
                  agli scoiattoli che stanno all’opera
ripagherò la mitezza delle tortore e limerò l’aria con le cicale.
Nella bottega di mastro Boscaiolo busserò alla corteccia
                               degli alberi.
Starò di guardia con la possente alabarda alle tane delle volpi
             simpatizzerò coi lupi e scriverò un trattato
                   di memoria, diario dei miei giorni,
                        novena e quarantena,
                     come l’insolente parodia
dei controllori del cielo, nella bellezza che abbaglia i guitti
                che poveri in canna portano nelle scarpe
                       un talismano impappinato.
                 Busserò alla corteccia degli alberi
                 nella bottega di mastro Boscaiolo;
mi atterrò scrupolosamente al calendario dei viaggi sul sentiero
      e nel maggio che abbaglia e nel proditorio novembre
    abbraccerò quei morti che i vivi sotterrano lungo i fiumi.
A dismisura, a dismisura, salendo la graduatoria dei nostri padri,
            santità dopo santità , ferocia dopo ferocia,
                cogliendo il raggio del sole rifratto
                  negli occhi dei cigni sugli stagni.
E quand’ero giovane me ne stavo appollaiato sugli alberi freschi
       e in panciolle fra la vipera velenosa e il grazioso agnello;
              da vecchio pagherò l’affitto nella bottega
                        di mastro Boscaiolo
per ridire la litania dei miei giorni con lui e lodare i veloci
controllori del cielo, ripagare la mitezza delle tortore,
         e infilare il talismano nelle scarpe dei guitti,
      dialogare col lupo e mescere il vino alle volpi;
a dismisura, a dismisura, salendo la graduatoria dei valorosi padri,
        santità dopo santità , ferocia dietro ferocia,
e abbraccerò lupo e volpi, accoglierò i poveri in canna
        e pagherò la parcella agli scoiattoli all’opera
e il biglietto d’ingresso nel teatro degli usignoli cantanti.
               Busserò alla corteccia degli alberi
                nella bottega di mastro Boscaiolo
                    e coglierò il raggio rifratto
                         negli occhi dei cigni
                                sugli stagni.Â
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                                   (Programma di vita)
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        Come prima, finché la diafana e docile pioggia
            torni a bagnare le foglie e le magnolie fioriranno,
               procederemo nella valle che parla con lunghi sorrisi;
       finché il sole spinga l’estate sui colli dai fianchi dolci,
       e i guardiani bevano ai sacri ruscelli benedetti dal sole,
       finché i pesci contenti schizzino balzelloni fuori dall’acqua,
e il giorno, candido di clausura, sia riverito per il folto dei boschi,
                         tornerò a recitare questa prolissa palinodia
                                       e il sole scriverà di suo pugno il mare;
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Finché la rena del lungolago non urli la sua rabbia,
                                     e anche gli ignavi sappiano il mistero,
       finché le stanze del mare siano zeppe di pesci
                 e gli interminabili viali del cielo gremiti di uccelli,
finché il sangue di Dio irrorerà le viscere incontaminate della terra,
       e i fringuelli vergheranno memoriali nelle notti di luna piena,
                     accoglierò il rinascimento delle acque e del sangue,
presenzierò repertori di uccelli alla personale di arcobaleni variegati,
               e ancora salirò per togliere i sigilli alle porte del sole,
                  per benedire il probabile ficcanaso e scansafatiche
                       e illustrare la strada al viandante supplente.
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                        Sia, sia, la cristallina speranza
d’incoraggiamento agli occhi dei cigni che catturano il sole,
                  sia per me e per te, per noi e per tutti,
                ora che mi genufletto con un nodo in gola
              nelle gole in cui per la prima volta vidi i cervi
                            nella stagione invernale,
             davanti al mare e al sole, alle cicogne che volano
                           e ai falchi che azzannano,
         commosso per sprizzare il sangue rossiccio delle more
         e fare a pezzi i vincoli noiosi di uno scaltro purosangue.
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                       Ora, a queste piane, per lunghi tratti il cielo
                                                      si squarcia, ferito.
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        Mi commuovo al rintocco del crepuscolo elementare
alla vanità del sole che oggi s’inalberò per l’autografo mare.
          Andrò dicendo la mia palinodia agli orti graziosi
                       ai gelsi che sfiorano le stelle
              e agli occhi dei cigni che catturano il sole:
                     e al figlio, candido di clausura,
          sacrificherò i morsi impellenti del suo desiderio.
          Stasera giuro sulla testa degli aitanti fringuelli
  che vergano memoriali nelle notti di luna certamente piena.
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Acuti e profondi sentiremo i morsi strabilianti del desiderio
              e ruberemo le lance al sole patrizio
             che fanatico e in maniche di camicia
           stampa sugli alberi e la terrazza del cielo
              il suo giornale di eterno vagabondo.
 (Seguito programma. Contemplazione della natura e spiritualizzazione di essa). Â
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      Perché i lirici concerti dei galli divulghino
                                                      per conche galleggianti
             ai letti dei fiumi e agli anfratti stupiti
       l’annunzio di nuove albe e cieli nuovi,
    poiché annunciano nel turbamento dell’eterno grembo
questo ritorno alle originarie immagini del bosco,
e nell’alba che s’apre stanotte stambecchi torniti
    riaffileranno per sempre le loro micidiali armi,
i cervi di quella stagione invernale e i falchi di queste primavere
     narreranno col lessico brillante dei gigli
                                         misteri di vita e fantasie di morti;
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poiché tornano nei limpidi alvei bagliori e splendori
           e i crepuscoli stasera evocheranno albe rutilanti,
poiché il respiro del vento spettina gli orti graziosi,
          e trafigge la potente melopea i canneti e le fronde,
                         poiché un dolcissimo stigma
imprime alle albe che domani verranno e verranno ancora,
l’apprezzabile vento canterà solenni melodie rubando ai chiurli fraseggi,
              lieto e smascherato allo spezzare del pane
                     riannunzierà i lirici concerti
         per monti e colline fino al mare e oltre gli orizzonti
           fino a immedesimarsi nell’immane respiro
        del divino grembo che eternamente si commuove.
        Granita la realtà , granito il tempo, tornavano effluvi di gioia
                 e di tenerezza: i futuri improbabili nascevano
         con certezza ad esplorare le illimitate contrade dell’essere;
                                sotto cieli ammiccanti
              nei freschi campi di orzo sotto vasti eucalipti
                     uomini e cavalli recitavano meraviglie
              nell’alternarsi sobrio del tempo e della realtà graniti.
       Nell’estate tenera il vento favoleggiatore inarcava i papaveri;
           e nelle notti stambecchi agguerriti affilavano armi,
                       nuvole e cieli esploravano idiomi:
          e all’alba si levavano albere rimescolando i passeri monelli
                     e il sole ondeggiava per rasole titaniche,
                           intimidiva dolci radure bionde,
                      e nelle contrade in bilico brulicava
                 una massa rigurgitante vita e liberi destini.
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                       Negli anni dolci di tenere estati
       quando il vento favoleggiava l’alba col lessico dei tigli
          e inarcava i papaveri agli stambecchi agguerriti
       sotto albere traboccanti di merli e rimescolanti passeri
                       le radure bionde inondate di sole
                esibivano masse rigurgitanti di vite migliori.
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(Inizio ascesi mistica. La granitura del Tempo e della Realtà condizioni fondamentali
per il godimento estetico-spirituale).
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            E qui, sulla montagna trapunta di avido sangue,
          ascolto il gorgogliare di musica e luna che ignorai
    e al tempo di compagnie clamorose e giovanili frastuoni.
                 Signore, la mia corte ti sarà fedele,
                  ho venduto ai pioppi la clessidra,
     l’asino e il cammello – e le nottate che verranno
  nei vasti cieli stellati ho assillato di chiaro trambusto:
 quando mi avrai domato ora e sempre, domani o oggi,
pretendi da me un simbolo, riponi nei tuoi calici le tenere eugenie,
             perché io non sia più trapunto dal sangue
e nelle rosse mattine di gelo l’aria limpida delle corti chiare
          trapassi la spessa perfidia dell’aria opaca.
   Resteremo indietro; lontano torneremo a condurre
i veicoli di amore e morte nella notte riarsa e attempata,
                       allegoria e frastuono,
        e qui porremo nella tua fine i nostri giorni
   ma benedicici allora e sempre, perché giorno verrÃ
                 (lo suggerisce il cuore grande)
        che le sacre mura della terra saranno distrutte
          e saranno distrutte le mura della carne.
Allora torneremo e serberemo di te un’arietta gentile,
                      un’armoniosa vitalità ,
  e il tuo sguardo leggero accenderà la scena
nelle conche, fra le radure e i pioppi, o nel giardino dei cedri;
    e allora ricordati, ricordati allora e sempre,
poiché sempre, sempre, Signore, dovremo di che nutrire
   i nostri corpi fausti e le anime raccomandate alla vita.
      La tua pietà venga, venga il tuo rancore puntuale
               ora e nell’ora della nostra morte.
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                             (Alla Verna. Riceve le stimmate).
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Ora voi, orgogliose unghia affilate, graffiatemi le ossa,
     e voi, miei angeli fedeli, bandite le leggende,
       a voi urlerò la carne che mi fascia l’anima:
l’anima incalzate, e inseguite il drastico cuore che le tenne bordone,
inseguite, incalzate, la mente affilata che già sudava sangue:
quell’uomo mortificava con piglio incandescente ingenui imbonitori
e inafferrabili saranno le nostre vite quando il ladro giungerà :
 poiché ora si cantano romanze senza parole,
                  e le strade imbiancate nascondono serpi,
       poiché il drappo ondulato sveglierà stanze illuminate,
                   e lingue di civette solleciteranno crepuscoli,
                    poiché occhiate di gufi e sibili di gelsi
                il vento bisbiglierà da ramo a ramo.
           L’ennesimo applauso dell’imbattibile bardo
bandisce la suggestiva labilità del florido raggio della luna.
Ecco, dall’alto di querce giganti venite a vendere profezie.
Venite, venite, nelle radure slavate a sotterrare nasciture stagioni,
negli splendidi arazzi a salvarvi dall’intrepido cervo,
negli esosi recessi a svaligiare la memoria.
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Nei campi di porcellana al biondo fieno
                l’uomo correva ansimante in bocca al lupo
e pretensioni preludi ricamavano filigrane d’oro ai minuti cariati
                e la memoria formicolava di eventi memorabili.
                         Ora venite, miei angeli fedeli,
sarà dunque questo il giorno della vostra vendetta;
venite siepi con lentezza oziosa, musica e luna,
venite ai vostri silenziosi raduni, perché verranno i fiori e gli abeti,
                                  i pini e i cipressi,
portate con mano le dolci lobelie e quanto di umano esiste in voi.
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Vi proteggeremo dai danni, dai danni di chi spera e si dispera ancora,
  poiché piacevolmente temporale è la terra e i minuti friabili
                                 e friabile è il tempo.
Ora gioite del raggio molleggiante che illumina i giardinieri,
scarichi ancora di fiori madidi e ginestre correremo verso le porte,
e nella gara domestica animali e fiori offriranno il meglio,
e poi, e poi, affinché tutto muoia, affinché la stagione dei peschi
e il vento della memoria la memoria renda immemorabili,
affinché la memoria del tempo e la memoria della realtà siano immemorabili,
affinché renda l’attimo prezioso, attimo per attimo,
                    il gioco dei riflessi minuto per minuto.
Certo, a questi echi di brezze mattutine il cielo annusa le piante.
Voi non saprete mai, non sapremo mai, che fine ha la fine,
e il tempo non sapremo mai che realtà ha il tempo,
e la realtà non sapremo mai che tempo ha la realtà .
Riconducici a te in ogni ora, padre, riconducici sempre –
riconducici a te ora e nell’ora della nostra individuale morte.
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(Ricevute le stimmate dopo aver parlato a Dio, Francesco si volge ai confratelli)
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Tranne che il mio turgido silenzio non voglia infierire
   e querelare il sipario detestabile
che cala sulle alture a strapiombo della notte
   o non voglia esibire
incatenati alla terra gli eucalipti,
le querce che occhieggiano e gli aranci pigmalioni,
gli aironi nel pendolare sole,
e la benvenuta luna appetitosa
affaccendata con artigiane sovente ammiccanti
a recitare un copione in sordina,
benché urli in rabbiosi nitriti come il benefattore mare
e per le radure di realtà e storia
il calice sovrabbondi di angustie e i morelli siano esiliati;
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Tranne che i gabbiani sulle rive e le ciaule sopra i pioppi
non raccontino le loro conversazioni con la morte
nelle torride stagioni in cui senza passioni né desideri
                   ombra d’uomo cammini,
                      e nelle notti di gelo
l’abito lacero degli alberi irriti le ferite delle gambe
       e capziosi discepoli con disusate esultanze
      succhiano il sangue limpido delle mie ferite,
   benché dipanino intrico di sincerità e derisione,
                          in festa, in festa,
       per le strade di questa nobile terra,
  non mi preoccuperò di rivangare i dolci anni
e la rigogliosa giovinezza dove germogliarono i verdi progetti
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